PoÈsie - Roby Facchinetti

PoÈsie

Pasqua

Tra ginestre, lombrichi ed acquazzoni
carne di capra e Radio Vaticana
ritorna Pasqua, per cattivi e buoni
e tutti in coda il fine settimana
per inghiottire in abiti festivi
il prosciuttino e il misto giardiniera
litigando per futili motivi
col cognato piombato da Matera
Poi pace, incombe il piatto Marinara
e gli scampi che han fatto il Sessantotto
Il nonno si strafá di Gattinara
e i piccini si tirano il risotto
il babbo suda e gli s’incrina l’occhio
sulla pupona in tuta da centauro
E le nonne discuton di malocchio
divorando carré di dinosauro
Grappini, Montenegro e Amaro Averna
esasperano accenti regionali
escon ragionamenti da caverna
e i cuccioli fan giochi primordiali
La zia carmelitana con i baffi
si macchia il petto con il tiramisú
e le mamme promettono gli schiaffi
masticando cosciotti di zebú
ma celano un segreto pizzicore
per il Vichingo, bello ed animale
biondo e selvaggio, Tuborg e sudore
fame da viaggio ed inguine brutale…
Poi gli uomini s’incrociano alle bocce
e le femmine in gruppo ai gabinetti
e sui menti ristagnano le gocce
di caffé e condimenti di spaghetti.
Poi Pasqua si riavvolge su se stessa
nella cassa elettronica e fiscale
mentre con un coraggio da leonessa
qualcuna riprenota per Natale
E Pasqua é una campana della sera
quasi la Primavera del Leopardi
un rigurgito d’aglio, una preghiera
che l’assegno del conto arrivi tardi.

Il sabato del villaggio (all inclusive)

E’ il risveglio del villaggio, brezza lieve e mare azzurro
Migra il mite scarafaggio dalla ciotola del burro
Il turista con decoro centellina l’aria pura
e si immette nel piloro un caffé contronatura
I bambini han voci chiare e le mamme carni sode:
come non riabilitare il buon caro vecchio Erode
Fra la spiaggia e la campagna si arrostisce il ragioniere
poi assaggia la lasagna con fair-play da formichiere
La madáma senza sposo non condisce l’insalata
ma si sazia il cuor goloso col playboy di Macerata
Lo zelante animatore con la calzamaglia a strisce
come un barbaro invasore le sue vittime rapisce
e nel sole da Katanga come un gamberone lesso
non importa che tu pianga: fai ginnastica lo stesso
Truppa scelta, marcia o muori, giavellotto e kamasutra
poi la zuppa degli orrori che speriamo che ci nutra
E il tramonto ha gli occhi viola e la sera incombe bieca
o t’impicchi per la gola o ti spari in discoteca
Il baffuto direttore fá la ruota fra i boccali
assomiglia a un dittatore delle Antille tropicali
Il miscuglio del barista ci procura flatulenza
c’é il cantante chitarrista che potresti farne senza
Trinca come un’anaconda il geometra di Biella
mentre sbava per la bionda e la moglie lo martella
Poi il circo balneare s’addormenta in mezzo ai pini
stan bruciando le signore dentro gli umidi lettini
Le raggéla un Do di petto da gorilla di foresta:
ti é scoppiato un gabinetto e hai le rane sulla testa
Ma fra mare sole e vento ed insettoni quasi umani
mangia, bevi e sii contento
OGGI E’ MEGLIO DI DOMANI!!

Tasse

(1990)

Piove, fá freddo, puzzano i tombini
l’agnello e il pastorello,
Zia Pina, il fraticello e l’impresario
La Luna é una focaccia di vecchia mortadella
trema la faccia, in barba a ogni barbiere
provo il calore poco umanitario
che pela un dromedario tunisino
se si gratta la gobba contro un lampadario
Ella mi snobba, tutto mi é contrario
lo ha detto a Telebiella il mago Mario
e le nubi son lana zozza di solaio
come l’ascella di un materassaio
da tempo inutilmente innamorato
di Samantha, veggente di Rho, che predice il passato.
E adesso il ritratto é finito e si passi alle casse!
Smarrito negli anni Novanta in atroce liquame,
come se ció non bastasse, come un turco picchiato a Livorno
oggigiorno, inghiottendo la fame
ho pagato le tasse
L’infame tributo, l’iniqua gabella
sull’anima mesta si chiuse
le Muse, che fanno da autista all’Artista nel mondo
perse, smunte e deluse
hanno scelto la comoda via
dei viali Ateniesi e Troiani,
con storiche gomme infiammate di periferia
La mia Lei si dispera da sola,
e mi manca l’aiuto dell’alito in gola
di un’amante spagnola
Ho svenduto le mamme, (un poeta ne ha spesso piú d’una)
ho ululato da puma
ho sputato alla luna, sperando che un po’ mi capisse
ho tentato le mosse piú basse
quel Dí che precede il mattin che si pagan le tasse
Tirate le somme dovevo allo stato
piú di quanto sborsasse Pilato
per lavarsi le sporche manone
nei testi scolastici di religione
Come il prode Pinocchio, evadendo,
si toglie dai denti del pesce tremendo
cosí fammi veder se si esce scappando
dalle maglie fetenti del fisco
Feci incidere un disco a un pentito di Fino Mornasco
provincia di Como, pagando di mio
per rimetterci, e che si sapesse
e invece ha venduto da Dio
a mercanti d’anguria e commesse,
latitanti monzesi, valdesi osservanti
e vigilanti vigilesse
superando tout court, giá dedotte le spese legali
le vincite al lotto di tutte le ruote statali
da Brindisi a Bali
M’inventai le sommesse piú grúlle, sballate e perdute,
betulle sul capo cadute, fratture di occhiali…
Sulla tomba di un avo defunto, con macchie artefatte di unto
simulando nemici razziali,
presi dieci lezioni di tromba, sbagliando i finali
perché trasparisse indigenza, Aidiesse e anche peggio,
mancanza di pane e formaggio e ogni altra assistenza;
ma alla fine di Maggio, non vidi altre terre promesse
E la luna rimase la luna
e la sfiga conosce le mosse
le nubi si avvitano basse
sull’asse ritorto del mondo
e quindi, dolore profondo, brucando sterpaglie
in attesa di vacche piú grasse
riciclando bottiglie d’amore e piú infamia che lode
tacciando il Signore di frode, di fronte alle masse
e strillando, qui in piazza del Duomo, qualcosa di immondo
fú giusto, umano e profondo
pagare le Tasse

Autovelox Padanía

La dignitá di un pomeriggio estivo
festa di barbecue e papá sudati
si guasta per l’inaspettato arrivo
di un UFO che parcheggia in mezzo ai prati
tra golfisti insabbiati da far pena
mentre il cicloavvocato tiene il fiato
Spenti i motori della nave aliena
tacciono falegnami e salumieri
cani, felini, ragni e parrucchieri
vengono da Cantú i Carabbinieri….
Il sibilo galattico e inumano
spiazza i cervelli e sganghera la pace
sembra la flatulenza di un afghano
durante una sfilata di Versace
Dal carapace del Vascello astrale
scende un Uccello tipo scarafaggio
si fa incontro alla Guardia Comunale
che suda come buccia di formaggio
Il Signore ha un aspetto dignitoso
schizza saggezza di Lontane Lune
Con un arto magrissimo e peloso
porge un foglio col timbro del Comune
Il vigile vacilla e fa la schiuma
chiama la mamma e bagna il pantalone;
la guarnizione del cervello fuma
quel papiro é una sua contravvenzione!
Per foraggiare l’Amministrazione
l’Ente Municipale, un po’ indigente
avea sancito, in giorni d’elezione
l’acquisto di un congegno ripagante
Multavelox chiamávasi l’ordigno
Qualunque sito intorno il suo bersaglio
lepri, pattinatori ed Api Piaggio
non trovavano scampo nel suo raggio
Sopra la soglia dei cinquanta orari
la Giustizia in divisa da Parata
sodomizzi tricicli ed Autobotti
carri funebri e camions di biscotti
Ma il passo é breve dalla terra al cielo
sferra colpi l’ attrezzo digitale
in mancanza di vittima locale
va’castigato l’ospite spaziale
Lampeggia l’occhio del Visitatore
stanno impotenti síndaci e gendarmi
e un fetore apolitico si spande
Il vigile ha riempito le mutande
Poi, dentro un raggio di benigno sole
che accarezza la cacca in sulle aiuole
l’alieno non ci attacca e bene o male
racconta cosa farne del verbale
Tirano il fiato i polli e gli arcipreti
i mammiferi, i funghi e i vegetali
Le mamme dei pedófili locali
ciabattano sparlando dei poeti
L’Aststronave, ronzando, si allontana
lasciando al suolo un po di commozione
Il vigile ha una tinta da banana
ma lo conforta la popolazione
Si festeggia con grappa e cotechini
polenta gialla, trippa e San Marzano
si sfogano le suore sui bambini
si balla e sballa a ritmo musulmano
L’angoscia crolla e il borgo torna saggio
il vigile é stirato e profumato
Stá al suo posto al confine del villaggio
ma scruta il cielo e pare un po’ invecchiato……

San Valentino

San Valentino vestito di nuovo
come le foglie della pannocchia
sgretola i calcoli nell’intestino
cura le croste sulle ginocchia

San Valentino lubrifica i cuori
mentre i pulcini fanno peluria
molte commesse han lo sguardo suino
piove rugiada sui fiori d’anguria

San Valentino nell’umida sera
turba le femmine di muratore
Con il formaggio si fanno una pera
Madri badesse col padre priore

Rude e romantico San Valentino
Pompa le pile e raddrizza le antenne
un reverendo palpeggia un’alpino
Babbo Natale molesta le renne

Nudi gli scheletri ballano il tango
San Valentino spalanca gli armadi,
Io torno a casa vestito da orango
ti zompo addosso e facciamo un bambino
per S.Valentino.

Sorelle d’Italia

(1988)

Sorelle d’Italia, il mio canto vi arrivi
mentre scopate i terrazzi o sbucciate i piselli
o, a bagno nei biodetersivi
mischiate tovaglia, mutanda e pensieri lascivi
Il mio canto vi tocchi
fra taleggi, finocchi e tortelli
o quando ammaccate la Panda
contro i carrelli al parcheggio
della Standa
Sorelle d’italia
lunghe, corte, poppute o piallate
in carriera, in corriera o in gramaglie
Del poeta la voce sincera
vi penetri sotto le maglie
asciutte o sudate
anche a te, vigilessa canaglia di dubbia virtú
che mi hai fatto la multa a Cantú
E a voi, con gli sposi allo stadio
che chiamate le radio e piombate in ipnosi col Mago
il mio Carme sia brezza di lago, vi sfrizzoli tutte
anche quelle piú brutte
col baffetto e sul labbro il fatale rossetto magenta;
cuori nella tormenta, bidonate da mille concorsi
smagrite con diete da orsi in letargo invernale
palpate sui tram da maschietti che sanno di aglio
Sorella italiana, per te quasi un dito mi taglio
per voi, mamme infelici, incapaci di fare la spesa
per quella di chiesa che mente il peccato al curato
e poi fa la frittella nel letto Aiazzone di Biella
col cognato dal petto peloso
E porgo un saluto goloso, vicino e lontano
alle miti fanciulle nel gorgo di un uomo inumano
come carciofi nell’uragano,
Sorelle, ripeto, il poeta é un amico in cittá
non spreca ne Yen ne’ rupie ne’ corone ne’ rubli
ma kilometri cubi d’amor che ci da che ci da
che ne mette e ne piglia
Mandate le fotografie
che faremo cosette in famiglia…

Anche gli alpini piangono

Anche gli alpini sognano
E lui si distrasse e inciampó con dolore
nel primo pelo che avesse parvenza d’amore
Essa olezzava di fieno e di alpeggio sereno
poi spariva in silenzio, ogni primo mattino
col treno per Vipiteno, nell’alba scialba color Pesca Melba
mentre lui, grigioverde e pennuto
pizzicava le corde del cuore in un doppio grappino,
stropicciato e pensoso sul reef del confine di Stato
Parliamogli in prima persona, per dagli del tu
magari gli piace di piú
Sai come si dice in pianura, il passato é passato
Ti rimembri, felice e sudato, sul lago dorato
il cappello glorioso, volato nel vento al tramonto
prezioso e mai piú ripescato
rimborsato allo Stato, facendoti male
e quel conto salato al Motel,
col cinghiale ficcato nel muro e il bidet sulle scale
Oh, gloria di un sogno stuprata da indegno risveglio
per te figlio di latte bovino e polenta al mattino
e di babbo vermiglio di vino…
Piangi, grande bambino
per i dubbi che lei non ti tolse,
per le stelle che lei non raccolse
ripiegando le calze da diva, smagliate allo stinco
con quel naso un po’ adunco
e quel rozzo gonfiore, ammannota falloide
nel mezzo del collo alpigiano
che gozzo montano non era
né tantomeno tiroide, per caso ingrossata
ma pomo d’Adamo
Piangi, Cucciolo dell’Altopiano
sull’ l’odore caprino e possente
di un bacio francese e assassino
dietro al vecchio mulino, su cui la cicogna non torna
quando disse, virile d’accento: Pulcino, non farmi le corna
E che il vento alla valle ed ai monti giammai lo racconti
che strano mestiere lei fa, quando scende in cittá
Un po’ di pietá!
Perché il cielo é dell’aquila in volo
e il destino, quadrato o rotondo, é pur sempre un destino
Rispettiamo la favola bella!
Il capriolo si tuffi in padella, friggendo da solo
nel rosmarino
quando Amore s’infrange sull’Alpe di Brenta e dolore diventa
quando piange un Alpino!…

L’Ostaggio

Io di mestiere faccio ormai l’ostaggio
Son dimagrito sono in forma
e con la barba a norma
da vero ostaggio
mamma mia dice che c’ho coraggio
piange in tivvú quando si teme il peggio
Chissá nel covo
Dove mi trovo
Se mi danno il formaggio
E le chiedon l’autografo al paese
E il comitato le anticipa le spese
Con le mie foto al collo implora iddio
la farnesina il Dalai Lama e padre Pio
E il paese s’indigna e si lagna
E non li tedia il media che li assedia
Chissá se prima o poi confesseranno
cosa fanno da un anno
la mia gemella bella e Don Pasquale
nel buio del confessionale
Tu terrorista mia senza vergogna
Parlami di noi in quest’umida fogna
Dimmi ti sparo anzi ti amo, chiaro?
Io nella prigione tropicale
parlo forte e rido amaro
A parte tutto mica ci sto male
Meglio che a fare il ciuco giornalista
Nel presepio di un giornale progressista
fammi il verso dell’aquila
non mi piace il corvo
non é rapace, é torvo.

Questo amore

Questo amore cosí macilento e smarrito nel vino
come un ex pescatore di cozze del mar di Surriento
in viaggio di nozze a Torino
che scopre d’amblé che la moglie si chiama Pasquale
Questo amore sospinto alle soglie del tuffo fatale
col ciuffo nel vento e col baffo sudato di pianto
che fa testamento affacciato sul Po’ sonnolento
fra le schegge del cuore
Questo amore di cotto e di crudo che frigge le ombre
come un Palestinese che legge la Bibbia in cinese
il due di novembre nell’umida nebbia al tramonto
seduto su un sasso
sotto il solo fanale che é spento
Questo amore vicino al trapasso, alla stretta finale
spennato da un duro destino e di scarso futuro
come un grasso tacchino a Natale
questo amore immaturo e illusorio
canguro col piede d’atleta, sciagura d’autore
poeta smagliato in cintura per troppo liquore
citato in pretura per debiti, stupro ed usura
questo capro espiatorio d’amore un po’ contro natura
é una caricatura!
Facciamogli, donna, una cura al precario motore
di questo ‘sí povero amore
Tu, fossa comune di sesso, tu, rossa gengiva
stantía di ragú di merluzzo, che porti sollazzo
a Curdi, Tagiki e Bantú, tu, menú a prezzo fisso
con tibia da diva e starnazzo dell’ oca giuliva,
ridagli il menú di Afrodite, la sua gioventú
a questo tuo mite zebú che in segreto si trucca
per darsi a quell’unica mucca
che ama di piú
Questo amore sprecato eppur bello
ormone di puma celato in vescica d’agnello
che fuma, tracanna ed impreca al Signore e al governo
questo amore moderno e all’antica, rispettalo, amica!
Sbuca, pigra lombrica, dal pomo del cuore
Fá sí che quest’alce di uomo non sembri un pinguino
mettiamo che dica di nó, fagli pianger sudore
a questo ancor giovane amore in atroce svantaggio!
Portiamolo in viaggio, a Berlino, Cantú o Singapore
facciamogli fare il tagliando, lo shampo e la TAC
svezziamolo all’uso del crack , della canapa indiana
con salsa di porro e banana nel latte di yak
suonando la fuga di Bach con la piva e il violino
chiamiamolo Zorro e Sartana
chiamiamolo Pino se manca altro nome migliore
per questo amore
Questa tazza d’amore profondo che sputa baciando
e ti schizza l’occhiale sul naso, vieppiú sadomaso
amore violato e violento, che drizza e rovescia
col fiato di pizza e l’accento di Brescia
questo amore olezzante di orate e di vecchio gabbiano
di cosce sudate e scarponi d’alpino friulano
amor che sa amare se stesso in assenza di sesso
Perché fingi un malore e san tutti che sei a Piacenza
col rokketaro di Rho che ti chiama Madonna
questo amore perdona qualunque indecenza di donna
e i lunghi foltissimi peli che hai súlla coscienza
Non serve che aggiungi l’inganno la finta innocenza
D’amore si muore!
Lo so che i tuoi funghi non eran del tipo migliore
ogni viscera palpita e tuona
ma un tempo, mia bella miciona, siam stati felici
perché non restare un po’ amici
finché non arriva il dottore
per il piccolo tempo che resta nel cuore
di questo amore?

Il Re leone

Sotto le sbarre spietate delle strade private
dietro le barricate delle siepi cimate e azzimate
in un tango di cani di rango
e omeopatico rancido umore
fra fossizie, pigrizie e frattaglie di mezza stagione
silenzioso, solenne e cialtrone
chissá come e da dove é scappato
ma é entrato un Leone!
Calpestando con sana indecenza i Nanetti e le rose di Maggio
annusa con fiato animale i progetti di sopravvivenza
nel pavido pelo sociale
di spose radiose
celato in mutande d’autore fra bieche miserie d’amore
Sui prati tosati a pelliccia, fra ladri per bene in bermuda
la Fiera sbadiglia alla ciccia d’insipida natica cruda
della figlia alitosa e boriosa di un Vice Qualcosa
che, ignuda, in assenza di meglio da fare, si abbronza.
il Simba, che nella savana in pratica regna, scavalca la stronza
s’indigna la bestia, si sdegna all’odore di guasto:
lo emana la mole maligna del capofamiglia che suda e si sbronza.
Nel Tramonto del giorno di festa il leone si arresta
alza il naso bagnato ammettendo di avere sbagliato
Non c’é pasto di onesta foresta, né gusto di sana cattura
fra gli eco-bambini biondini, onanisti di lusso e futuri assassini
fra i Martini, i quattrini ad usura e le mosche sui cuori
fra i cicloturisti spocchiosi con lingua di fuori
No, non avrá spazzatura il quadrupede figlio del vento!
Una belva decente si arrangia, ma mette l’accento
su un punto d’orgoglio importante: lui sceglie il bersaglio e poi mangia
il Leone é di razza pagliaccia, bastarda e cattiva
ma la preda, per schifo che faccia, dev’essere viva

Fiji 1988

A mollo nel Pacifico
bagnato come un tonno
fra maschi che si bruciano
e spose che hanno sonno
ripenso alla mia natica
blindata nei cappotti
a quando fuori nevica
sugli attributi rotti
e godo e mi congratulo
non poco con me stesso
malgrado l’epidermide
da barracuda lesso
Se Amor perduto é sbattere
il naso sui coralli
da Modena a Los Angeles
coi sandali sui calli
ti spregio e ti dimentico
su questo meridiano
e pago la libidine
col dollaro figiano
Col cambio favorevole
mi voglion tutti bene
mi abbuffo di granséole
in culo alle balene
E come i saggi esclamano
spremendosi il cervello:
“Piuttosto che esser pollice
é meglio esser martello”..

Autunno

Sgocciola dalle nuvole l’autunno delinquente
scivola col pneumatico l’autista incompetente
funghi e lumache viscide produce la natura
e il cacciatore intrepido si elimina da se
Cinzia non é piú vergine dal diciassette agosto
l’amore ha fatto tombola e il cuore é fatto arrosto
Nei mezzogiorni d’autobus la gente puzza meno
l’estate fa la ruggine e il fiato fuma giá
E fumano i testicoli dell’ottimo poeta
col fisico palmipede e col cervello a dieta
La nebbia bagna i muscoli dei frati e dei felini
dei Turchi e dei Pontefici, dal Campidoglio al Po’
L’Autunno spoglia i salici e fa scadere il bollo
i parolieri insistono a far volare il pollo
L’umiditá dell’anima richiede segatura
ma piove sui foruncoli e sull’ Hacca degli Hotels
Piove sui finti invalidi e sui cassintegrati
sugli assorbenti intimi a lungo riciclati
su quelli che si sposano per far contenti tutti
sull’IVA e sulle pillole che fanno far pipí
Settembre, sui comignoli, é scuro piú di un prete
palpeggia l’omeópata le casalinghe inquiete
Fra ladri pentitissimi e Vescovi in galera
si squarta la repubblica e l’ammore non c’é cchiú…
L’autunno sgonfia gli alibi dei clandestini amanti
i corpi impallidiscono, da dietro verso avanti
Si riaprono le industrie del sesso mercenario
nubiane e brasileiros fanno fiamme coi faló
Noi qui terrestri bipedi sgonfiati dalla mamma
col fisco nei testicoli e l’Inter psicodramma
indirizziamo al tropico libidinosi sogni
e il tonno del Pacifico defunge nel ragú
La tramontana spazzola dai rami le castagne
fa starnutire i libici, raffredda le lasagne
si appiccica il mio cantico a un herpes inguinale
Ti mando in Tribunale, perché non m’ami piú?

La canzone di mia sorella

sulla musica di Marinella di De André

Questa di mia sorella é la storia vera
Bella, in un bar di Arcore cassiera
Entró un signore basso e con la scorta
Un giudice bloccava un po’ la porta

Lei disse, sventolando i pettorali
Qui, in primavera siete tutti uguali
Vescovi o boss, vichinghi o pakistani
Quí sono amméssi tutti, porci e cani

Sulle ginestre piove e sulla Lega
La segatura nasce dalla sega
Che sia Vostra Eccellenza o Vostro Onore
aperte le finestre, via l’odore

Sia nata prima la gallina o l’uovo
Per te libido intensa io non provo
Magari un po’ in politica m’imbroglio
Ma toccami e ti friggo in burro e olio

il Presidente disse, ti consento
meriti un seggio e mezzo in Parlamento
Ville, villeggiature ed alimenti
Per i tuoi scalzi e laceri parenti

Se toccherai di me segreti porti
Avrai due lauree e sette passaporti
Tua mamma col suo grugno di caimano
in giugno avrá il parcheggio in Vaticano

Nel caso assurdo ch’io non sia rieletto
non resterai comunque senza tetto
Il tuo papá verrá vestito a striscie
ma fidati, il DNA svanisce

Lei, senza ragionare, disse poco
A te non basta il gas per darmi fuoco
Se poi mi sogni, appenditi alla luna
I ragni, in casa mia, portan fortuna

The King si ficcó il mento fra i ginocchi
sputó sui comunisti e sui finocchi
Con libici e ottentotti alla frontiera
Non rinunciava all’umile cassiera

Ardente come un pollo appena cotto
Il membro della NATO e del GI8
brandiva il pene pluridecorato
Ma sotto la serranda fu schiacciato

Era un serpente corto e senza tana
uccello morto a buccia di banana
La puzza non si elimina col talco
la topa puó disintegrare il falco

Milleseicentosei telefonate
furono in un secondo divulgate
di premiers che, fra troie e mogli a dieta
giocavansi a monópoli il pianeta

Questa di mia sorella é la vera storia
Adesso fá la escort a Casoria
Ma il suo cespuglio intimo e profondo
Puó raccontarci che ha cambiato il mondo

Canzoni d’ammore

Batte l’indice molle con penosa insistenza
in assenza di idee intelligenti, sopra tasti che sembrano denti
di un sorriso marziano
Cerco invano l’aggancio per la rima seguente
prima c’era: mi é uscita di mente.
Serve tecnica pura, virtuosismo mentale
che equivale alla masturbazione, embrione del male
La canzone d’Ammore, che funziona d’estate
e che fa innammorare le persone sudate
non richiede cultura, ma una muffa batterica in testa
e una storica, isterica e magica psicoesperienza
a metá fra la truffa sociale e la scienza.
Il refrain musicale deve essere fresco
che si possa intonare tipo coro tedesco
si presume che il testo ispezioni le alterne emozioni
che attorcigliano Pupa e Maschietto fra le sponde del letto
Pervicace, l’autore fuma, cogita e scava
con la bava alla bocca dispone e profuma
menzogne da banda di bruti e promesse fallaci
Pruderá la mutanda delle miti commesse procaci
di ogni Standa e GiEsse
dalla Bassa padana agli scavi e declivi d’Etruria
da Bari a Ceriale
per la strana impudíca lussuria profana che emana
l’IPod digitale
Che si appannino i vetri al BMW
che la lampo s’inceppi all’ingiú
e all’impatto col gambo del cambio giustiziere
un guaíto inumano trasfonda il dolore e il piacere del ragioniere,
e Callíope, mía complice infida, armonizzi il sussulto,
il ruggito e il singulto dei bipedi umani in calore
Questo é quanto si impone all’autore
di canzoni d’Ammore
Entra l’indice eretto nell’orecchio sinistro
Non resisto, mi sento eccitato, il momento perfetto é arrivato!…
Perché ridi, dentiera maligna, tastiera inadatta al Poeta!
Io ti sfido, il momento é vibrante; accidenti stampante
perché tu rallenti?
puttana ferraglia, lo sgomento attanaglia:
disastro
E’ finito l’inchiostro

Penna Rossa Penna Blu

Penna rossa penna blu
Chi ha ragione non sei tu
Giornalista di vent’anni
Fammi entrare nei tuoi panni
E se a letto con me vieni
Mi diletto coi tuoi seni
Ti prometto un’audizione
E una telepromozione
Un atollo fuori mano
Uno scoop in Vaticano
Per un lembo di vagina
6 rubriche di cucina
Per un click di Kamasutra
telePiú di te si nutra
Per dirigere la banda
Fai piedino a chi comanda
Orgasmissima in tivu
puoi non darmela mai piú
Se t’incazzi e metti il turbo
Ti perdono e mi masturbo
Scrivi quel che dico io
Tu sei pulce, io sono dio
Io ti dico cosa é vero
Io son tutto, tu sei zero
queste borse sotto agli occhi
Me le sgonfi, se mi tocchi
Giornalista suona bene
Non puoi farlo senza pene
Pollastrella fammi l’uovo
Me la dai e ti promuovo
Poi se cambia il presidente
Strilla aiuto, chi ti sente?
Tu ti schianti e il conto torna
Io son l’alce, tu le corna
Smisti lacrime e bugie
Spolverando scrivanie
Poi cambiare puoi mestiere
Sposerai un carabiniere
Se gli sparano a Kabul
Te la beccherai nel *
Ma a ben scrivere tu ambisci
Succhi amaro ma non strisci
E capace tu non sembri
di palpar lubrichi membri
Se usi il capo e non le cosce
Trovi chi ti riconosce
Penna blu penna vermiglia
Sorry sembri un po’ mia figlia
Giornalista pura e bella
Sono un cesso e tu una stella
La mia ascella sa di morte
Sono il muro, tu le porte
Penna rossa penna blú
Tu sei sopra , io sto giú
Tu non sei una boccia persa
Sei sincera sei diversa
Penna blu penna scarlatta
Tu sei aria, io ciabatta
Io carogna bestia insana
Gran figlioccio di puttana
Mi dispiace devo andare
Come é logico, a cagare

Pus primae noctis

La donna misteriosa, col vestito da sposa e gli alluci caprini
si sfiló gli orecchini.
La donna ripugnante, con il fiato pesante di cipolla e di brandy
coi suoi rutti tremendi esalando l’odore del formaggio peggiore
si toglieva un lombrico dal profondo ombellico
mentre il ventre convesso brontolava sommesso.
Un fetore di belva bagnata, di calzamaglia sudata, di cammello spalmato di grasso
impregno il materasso, i cuscini a quadretti, le coperte Bassetti
Sanguinó la narice dello sposo felice che ristette,
esitante e supino
nell’afrore di sterco suino
“Dolce Sposa allibisco e indietreggio!
Mai conobbi qualcosa di peggio!
Il mio membro giá pronto al piacere non ne vuol piú sapere
é rientrato, va in fuga come una testa di tartaruga.
Questo é lezzo di strame bovino, é presenza di pesce defunto
é riassunto di carie e escrementi:
Diomadonna, ma tu non lo senti?”
La fanciulla stupita e contratta coprí il seno a ciabatta
con un lembo del velo nuziale: “Tu sei pallido – disse –
Stai male! “
E sul pube vischioso ed infetto le si mosse un insetto.
“Mio diletto, il tuo maschio turgore si dilegua
al richiamo d’amore
dell’acerbo mio fiore di roccia? –
No, Tesoro, ma fatti una doccia!
Porcaeva, il tuo gas mi frantuma, nell’alcova c’é odore di puma
di avvoltoio che ha appena cenato, di sfintere di orango malato!
Mi sopisce ogni istinto virile quella riga sottile di ragú
che ti scende sul mento
Io non sono contento! Dal tuo ventre di vergine ignuda
sale profumo di barracuda delle Bermuda
nel tuo orecchio si annida sostanza che non lascia speranza.
Tra i capelli, chiamiamoli tali, intravvedo animali
che credevo giá estinti in natura
e mi fanno paura.
Con angoscia infinita io distinguo lá in mezzo alle dita
del tuo piede, un bitume rappreso che mi lascia indifeso.
Il mio seme non posso affondare nell’infame calcare
del tuo sesso inavvezzo all’oltraggio di qualsiasi lavaggio.
Muschi, funghi e licheni fra le pieghe dei seni
sono il cibo per l’alce solenne: io ci lascio le penne
se soltanto il pensiero v’intingo, te lo giuro non fingo.
Per violar le tue jungle segrete ci vorrebbe il machete.
Preferisco due dita in un’occhio, mi proclamo finocchio
mi affratello alla fede Ba’hai, basta che te ne vai!…”
La risposta fu rapida e calma,
il suo odore di salma
ripiegó dignitosa nel vestito da sposa.
” Ho capito, la scusa é mendace, il tuo maglio fallace ha fallito
al tuo fallico orgoglio ferito non mi oppongo, marito!
Mi dileguo, guerriero senz’armi, non penare a cercarmi!”
E un soffione gassoso, fin’allora represso,
liberó sulla porta d’ingresso

Vacanze senza poeti

(1988)

Mi pungevo nei rovi d’Ottobre, inghiottendo polenta
poi, lenta, impregnó l’emisfero la bruma invernale
e, nell’acre e nebbiosa galera di un Nord operoso
dove sol le formiche han le tette e giammai le cicale
riciclavo le ghiotte interiora di mite maiale
Il vero zampone padano si fece a piú fette
Godei di pollame bollito, batrace arrostito
trincando Barbera a star male
e fu presto Natale e scappó Capodanno
Poi scannammo l’Agnello Pasquale
e al mite fratello africano
masticammo una mano (ma quella che non gli serviva)
mentre, dolce dai prati e dal monte, negli ipermercati
fragrante, lasciva e leggera, a dispetto dell’IVA
Primavera giuliva veniva!
Coi collant ricamati e quei seni non piú corazzati
ma sápidi, come meloni nel succo d’anguria
al bordo finale di un lungo deserto.
nel mondo riaperto ai consumi, tra furto e lussuria,
il carciofo, l’asparago e il mirto mi vennero incontro
e ci furono dentro i profumi che attizzano il naso.
E galoppa galoppa, fra un pupo che poppa all’aperto
e un concerto di sole, che sveglia i postini e le foche
io, evase le imposte, grattate le croste, svuotando cloache
con poche bracciate di sogno, nel bagno e altre stupide stanze
programmai, a partire da Giugno, le nostre vacanze.
Immorali soggiorni in Motels tropicali
tournées sessuali aberranti con droghe pesanti
congiunzioni carnali a cavallo di grandi elefanti
lezioni esaltanti di tango
Impacchi di fango sui lidi da Bali a Bellaria
con marea putrefatta e precaria,
che ridi del peggio e ti nutrono come un’otaria
con gli anima/tori pagati per farti del male
Tucul africani e latrine alla turca
tucani che sono galline e polpette da purga Milioni di scale all’assalto di spiagge di spine
fra cani bassotti bagnati e relitti di guerra
lattine di Kitekat, birra ottentotta e ciabatte per terra
dove Sodoma batte Gomorra ed il cuore non sbatte
Rinunciando per mesi alla pizza, al verdicchio ed al sesso
risparmiavo, confesso, piú piani di carta a due veli
non entrai piú nel cesso e neppure nel Regno dei Cieli,
senza un cinema ne un pornoshop
Rispettavo la mamma e gli stop
ed eccomi adesso affacciato al futuro sconnesso
di un’estate di bucce e trastulli
di molesti fanciulli col cono gelato e la frusta
Ahi, Musa sgualdrina ed ingiusta
perché piove, perché non fa caldo,
oh Zeus Maramaldo!
L’Atmosfera mi accusa e disgusta l’artista
con l’anima appesa alla lista d’attesa
di un volo schiantabile al suolo
Come un lungo pitone, scannato da fauci
di stronza mangusta
nell’estate di sbronza e lussuria per anime mosce
fra branzini ed anguria, disamore mi cresce
odalische impudíche ad oltranza si fan dire addio
Perché, mio buon Dio, mi sottrai il buon pesce
lasciandomi lische, palate di tasse e lo �stresso�
le infami bagasce che é presto Aidiesso
e le sordide melodrammatiche ex amanti di Bresso
non t’ha forse invocato abbastanza
il Poeta, sognando vacanza?!

MAMMA

(1973)

Mamma, passo rassicurante nella notte bambina
Mamma purgante, Mamma ovomaltina
tu che sbucci, strofini e borbotti
fra lupi cattivi e risotti, preghierine, aspirine e ricatti
che il cucciolo umano si pente
anche quando non ha fatto niente
e gli spuntano fuori i complessi
tipo il blob alitoso, nemico nel dramma dei sessi
Mamma, Lode e Kastigo,
Pharaona e Custode dei focolari
Allieva di Santa Teresa e cugina di Erode
Bramina di scopa e pattina, fatina dei cessi
signora del frigo e del talco inguinale
dei biscotti, del sugo di ieri e dei lessi futuri
bagnina per paperi, ochette e naufrági nei mari
formato piscina
regina indiscussa e fatale
dei ginocchi con croste, vasini e supposte
Patrona della rossa scaloppa di polpa pestata e condita
con vecchissimi sensi di colpa
Mamma, spirito buono e popputo
che ci appioppi il tuo aiuto nel vero e nel sogno
con ferocia da truppa ottomana,
da infermiera prussiana
e guai non averne bisogno
Nostro angelo, privo di penne
dei fagioli con le cotenne
dei figlioli che peccano in bagno
Bravi belli e firmati, gemelli o spaiati, clonati o veraci
Christian, Concetta e Gianluca
due gusti due baci, Armani e Versaci
spinellati, lametta e bazooka e macigni dal ponte
tu hai sempre le lacrime pronte
La Mamma é forever perfetta
da quelle di Rambo e Buscetta
fino a te con la buccia da diva,
alternativa nonché detersiva
belloccia di coscia e P.R. del Pupo Pisello
che pisciando fará l’Erre moscia
nel Carosello
Mamma nana o extralunga, Mammona mia saggia o pisquana
bigotta o mondana, in ciabatta o col tanga
dea sovrana dell’ EssePiúLunga
che non si vergogna di niente, basta che non lo sappia la gente
perché i figli son pezzi di Quore che li manda il Signore
facendo contenta la Chicco
La Mamma é il mistero piú ricco e profondo
ci danno la chiave del mondo, ci fanno mangiare da bove
stare in casa se piove, litigare con mogli e mariti
ci fan diventare prelati, banditi o D.J.
ma alla fin della lagna nessuno fará la lasagna
come sa farla Lei
Mamma, O.K.!

A DIETA

(1975)

Nello specchio carogna mi fissai di profilo
e mi vidi abbondante di pancia come un topo di fogna
nutrito alla corte di Francia.
Vidi e piansi da vero poeta
come fa il coccodrillo del Nilo
recitando menzogna a me stesso
” Voglio mettermi a dieta, adesso!”
Tenni il fiato per venti minuti
scaricai calorie sradicando un vecchissimo pino
che c’era in giardino
evitai lo stracchino, il coniglio coi buoni ripieni
il lambrusco vermiglio, delizie Negroni e Molteni.
Fornicai, follemente sudato, rischiando la lue
rinnegai lo spezzato di bue, lo stracotto, il risotto e il brasato
la lepre e l’anguilla, la rana. il piccione e l’anguria
il pesto della Liguria
salsicce di mite cinghiale, ananasso e caviale
la Pasta Barilla, la tequila con sale e limone
il polpettone che amo e rispetto, confesso, anche piú di me stesso
il petto di papero lesso, il caprone frollato e poi cotto
e quindi mangiato da me, ahi dolente e pietosa mancanza
di primo e pietanza, vitello tonnato e scaloppa
di prosciutto, di coppa, di provola e tiramisú
che piaceva a Gesú.
Io respinsi salmoni e branzini, Barbera e Sciampagna
l’amata lasagna di pasta, l’arrosto di polpa
che dal piatto mi fissano adesso
con lo sguardo dolente e perplesso che t’ incolla al complesso di colpa.
Basta! Paffuta e rotonda é la luna
e noi siamo ceci nell’onda che muove la zuppa di un vago destino.
Sia il gallo amburghese a svegliare la truppa dei sensi
di densi profumi si illumini il sangue al mattino
la pancetta soffrigga fumante
che il pingue elefante a vedermi si senta stecchino
e il cerchio una riga, perché questo oggi detta il poeta
La dieta, che sfiga!….

FESTA DEL PAPÁ

(1974)

Cáddi, Madonna mia, sopra l’immenso
dove, comunque sia, a te ti penso
io mobiliere pensionato in cielo
Beppe, Giuseppe e Pino fui chiamato,
ma in tempo di mia vita io fúi ‘dde legno
manco trattai con Dio, pel mio disegno
Stanco di prole altrui che in mia bottega
per mancanza di moglie o di altra schiava
strillava: legnamé, vai con la sega,
ti sposái senza alcuna garanzia
Madonnina maldestra e senza ombrello
o mia diletta bruna Cometina
creai la traversina e lo sgabello
la fionda antizanzáre e il mattarello
per sembrarti stilista ed inventore
Corrúppi il tuo goloso genitore
ti volli, e diédi in cambio un salottino
in stile Cananeo, divani greci,
feci anche la cucina nell’ingresso
(a Betlemme e provincia fu un successo)
Col tasso, il bosso ed altri scoop legnosi
tipo il buon truciolato di Brianza
che non sta in piedi e al primo vento danza
feci arredi di lusso e un cesso egizio
nella capanna, accanto a casa tua
per quel ceffo, l’Arcangelo Ballista
nullafacente e pure romanista
Disse, tu sei Giuseppe carpentiere
io sono il segretario di Dio Padre
fratello a ‘mmámma di Giuván Battista
o a chi ‘tte pare basta che ‘cce credi
ti sembri vero quello che non vedi!
E, li mortacci súi, io fui zimbello
di Te, fanciulla ermetica e sovrana
ti feci alloggio in una settimana
duomo per li parenti, tana e albergo
un letto largo, forte e per te sola
Tanto il Giuseppe, costi quel che costi
é un duro e, sai, non si lamenta mai
Piallai sequoie, olivi ed altri fusti
per mandarti in palestra dall’Ittita
a scuola di Persiano e di Elamíta
coi tuoi a Cipro Beach tu ti abbronzasti
vendetti il somarello e qualche vigna
quando si ama non ci si vergogna
ma il Gúru alato stagna li in agguato
Lui non é assiro, né babilonese
sa l’inglese futuro, é un aviatore
odiavo quel pennuto millenario
pozzo di scienza, bonzo e cantautore
top gun, ginnasta ma senza sudore
Dicesti, forse al nostro anniversario:
Sei ansioso, antiquato e non ti fidi
Lui cammina col cuore e tu coi piedi
E nacque un pupo biondo, e fui felice
Risparmiavo, creava Lui la luce
Senza problemi generazionali
Camminava sull’acqua e lo seguivo
lui stava a galla e io mi inabissavo
lui volle esser surfista e lo premiai
con tavole robuste ma sottili
di sassofrasso frigio e tek siamesi
comprate sottoprezzo ma non tanto
dai marinai del pazzo vecchio Ulisse
che scambió Lampedusa per le Hawai
E i figli sono trucioli del cuore
e tu ne andavi fiera nelle fiere
quando Lui spopolava i mercatini
moltiplicando trote e tortellini
Predicava alle folle il tuo diletto
sagomai la tribuna e il parapetto
non feci croci , scusami Mariuccia
anche se in quei momenti era un affare
perché un presentimento mi crúcciava
e quella volta il Beppe non sbagliava
Cáddi, Madonna mia, oltre l’immenso
dove, comunque sia, a te ti penso
Beppe, Giuseppe o Pino, io fui ‘dde legno
manco trattai con Dio, pel mio disegno
mi han fatto santo non molti anni fa
Diciannove di Marzo, festa del Papá

WAGYNA SEMINOVA

(1978)

Sputavi in stazione, ragazza albanese
facevi impressione alla classe borghese
spargevi assorbenti per Piazza Maggior
succhiavi fra i denti svendendo l’amor
Al posto dei peli sfoggiando dei pali
nettavi l’ascella con vecchi giornali
Rubavi in parrocchia, grondavi Nutella
sgranando una spocchia da fotomodella
col fritto di mare ungevi il tuo seno
purciónondimeno facevi vibrar
Ma a un tratto, oh mia musa,
ammiro i tuoi piedi:
di tutto hai pestato, perché non mi credi?
Di botto il mio cuore rinnega Neruda:
sei l’unica donna col fiato che suda
Son senza famiglia, tritato dal fisco
umana poltiglia con l’ernia da disco
di te mi vergogno e mi gratto con rabbia
(amandoti in sogno ho contratto la scabbia…)
Finita la festa, gabbato lo santo!
m’inchiodo la cresta sul muro di un pianto.
Io, come un bagnino col babbo finocchio
mi specchio al mattino e mi sputo in un’occhio
Ti vidi una notte di pioggia severa
uscivi da poco da qualche galera
per spaccio di roba vietata alla gente
con forfore varie e la carie sul dente
Maiala belvissima, per le mie brame;
mi esposi – Piccina, magari c’hai fame!-
Sparasti uno sguardo volpino nel mio
Tremaron le braghe e parlammo d’amor
Narravi di un babbo feroce e beone
nazista, epilettico e spesso in prigione
La mamma era lurida e piena di santi
uguale di fisico dietro e davanti
Nel bar di carogne grugnisti-Mi piaci!
Palate di sesso, vergogne di baci
Mi coglie prurito, pensando a quei giorni
di pessimi piatti e peggiori contorni.
Dall’alba al tramonto spendevi i miei soldi
e infine esclamavi -Perché non mi scaldi?-
Smorzavi le cicche sul bianco lettino
Volevi un bambino ma senza di me
La Luna guardó col faccione imbecille
andarsene l’ultima carta da mille
Fui nudo al balcone col pianto sugli occhi
Gridavi- Ti ammazzo se ancora mi tocchi!
Ti vidi negli occhi lampeggi cattivi
mi colse il sospetto che non mi capivi
Poi fui sulla strada, pelato dal vento
privato dei sogni e di ogni alimento
Sentíi sul mio cuore zampate da mulo!
Amare significa: eccetera… al culo…

FORZA ITALIA

(1994)

Italia, zampa di macigno e grano
zuppa di Mare Nostro ed Africano
con le corna in Europa fra i Signori
l’ascella destra di croato pelo
la sinistra gabibba, fiori e pesto
che se ghe pensu ‘me se strénj’u couer
e in mezzo maciniamo tutto il resto
Parti da Ponte Chiasso, o Courmayeur
ruzzoli in basso, magica e cialtrona
Italia ghiotta, Nobel e bigotta
Agnelli, tortellini e spallacotta
ti abbuffi all’osteria dei tre Mafiosi
con zuppa di pentito in bellavista
Vescovile Troiona e Giornalista
corri nei sacchi a caccia d’intervista
Se muovi il boss per scegliere le uve
le ritrovi persino dentro al vino
Bagna cáuda, Ferrari e Forza Juve,
polenta, palla al centro e ponentino
santa, navigatrice e poetessa
ex meretrice mamma e un po’ commessa
conduttrice commossa e andiamo a messa.
Somma scoperchiatrice di misteri
funambola ambidestra e malandrina
Strozza-strozzini, sugo di lasagna
Italia che piú piange e piú guadagna
abusiva, stilista e ciabattona
Padre Pio, Padre Dante e zio Berlusca
A lui il grano e al popolo la crusca
che gli intestini pigri ricampiona
Fogna all’aperto in paradiso estivo
Spiaggia pattume e cime per volare
mannaggia ai governanti e alle zanzare
all’ombra della quercia e dell’ulivo
Italia d’Oltrepó e del post millennio
Aída, Vá Pensiero e post miseria
C’é chi di te si fida, un po’ di stile!
Buon compleanno, é il Venticinque Aprile!

Rain, Rain, Go Away !
Come again some other day

A G.Rapagnatta da Pescara (1974)

Piove con sommo vigore sugli insetti in amore
sui bagnanti rabbiosi, sui giovani sposi
sulle nonne italiane in gramaglie, su cani e canaglie
sui nasi e le spalle, sulle macchine gialle
sugli ulivi fronzuti, sui cordiali e sui bruti
piove senza ritegno sulle sedie di fradicio legno
su illusioni e mestizie
Piove sulle immondizie
sui cattivi pensieri, sui progetti e i biscotti di ieri
sui cantanti lanciati d’estate, raccolti in autunno
che d’inverno, vestiti da Babbi Natali
con barba Gabbana, regali e festosa atmosfera
mangeranno i piccioni aspettando che sia Primavera
E il cielo bagnato sputacchia i suoi colpi di frusta
sull’angoscia riposta, sui divieti di sosta
sugli zoccoli usati, sugli uccelli e sui prati
(sui cammelli non piove ma vivono altrove)
Piove contro natura sull’abbronzatura
sul pingue costume da bagno
di me che di me mi vergogno
col bitume attaccato al calcagno
Piove a beffa e dispetto
da un buco che c’era nel tetto
piove, e senza rumore, sul vestito da sera migliore
dell’amante pólacca baldracca di un truce questore
sul gitante un pó scemo inseguito dal proprio gommone
piove piove, governo ladrone
sul pollo che becca il lombrico nascosto nel grano
sull’unica Checcha che batte in ciabatte a Bolzano
Piove sul pantano
piove in verticale sul fegato del Magistrato sfuggito al mandato
che sa di taleggio anche quando si é appena lavato
Piove a piombo su Madre coraggio
che sfoga sui figli degli altri la sfiga dei suoi
Piove piove da nuvole basse, su ladri e duchesse
su bruchi e badesse
sui furori uterini rampanti, sugli aghi dei pini
su rigori morali imbecilli , su moto a cambiali
sugli occhi cisposi, sui seni cadenti
sui fratelli gelosi, su gli abili incendi dolosi
sui piccini clonati per caso da tube ungheresi
sui terrazzi di vecchie pidocchie borghesi
coi gerani in prigione nel vaso
piove, piove e ripiove,
con l’acqua che danza un po’ oscena
sugli avanzi rifritti per cena
sugli inguini glabri e sabbiosi
sui sorrisi cisposi
sull’assenza di testosterone, lordosi e micosi
sugli sguardi lubrichi di pessimi maghi famosi
sulla buccia dei fichi e sull’ape che punge e poi muore
sulla buccia indurita del cuore
delle signore
che si spiano a distanza con tracotanza
Piove, piove e sprofondan le anime nude
nella palude
dove il niente confina col niente e la Gente non gode
e la sponda di un vecchio biliardo rimpiange le vecchie sue palle
Piove, piove e strapiove e stramazza ogni spirito pio
nella pioggia che é ghiaccio sudato
illegittimo figlio di Dio

Fame d’Amor

Tu sei la carne, l’acqua per il brodo
Sei l’unghia che sgroviglia ogni mio nodo
T’amo perché da te via non si scappa
come gli alpini amano la grappa
Simpatica mi sei quasi in eccesso
il ché, chissá perché, mi fa anche sesso
Se tu ti amassi come io ti amo
Saresti la mia Eva e io il tuo Adamo
Come il pallone ama il calciatore
Quando si tira un calcio di rigore
Tu sei la mia bistecca e il mio coltello
Becchime per la mente e per l’uccello
la vita é un Twist, senz’alibi ne’ ombre
malgrado la tua VISA di settembre
ch’é plastica golosa e sa di mare
Conti che vanno, senza mai tornare
Da quanto sana e nutriente sei
Ben cotta o al dente ti divorerei
Ruspa amorosa, furba e indecisa
Raddrizza questa mia torre di Pisa
Dolce mia sirenetta sullo scoglio
Sono un’acciuga in bocca a un capodoglio
Sei il pannolone ed io l’incontinenza
Di te, malgrado te, non so far senza
It means, che sembro scemo e masochista
Io, petto di tacchino in bella vista
A distillar sonetti a tuo favore
Mentre mi chiami pirla e mai amore
Il tuo poeta é privo di bellezza
é sferico, pelato e spesso puzza
lo inghiotti e non va giú, ma nein paura
Puoi riciclarlo con la spazzatura
Lui, cioé io, lo scemo senza lode
Che solo ad annusarti in foto gode
Se dalle sue battaglie a casa torna
Lucidagli le medaglie, non le corna

La figlia del poeta

La bimba al colloquio
ci va con orgoglio
Ho tanto studiato
ho diritto a un lavoro:
e lo voglio!
La blatta elegante fetente
Si spaccia, mentre si slaccia
Anzi si straccia
Cravatta mutanda e colletto
grugnendo, l’orrendo
bla bla che per fare successo adesso
con la crisi bancaria, le borse per aria
e i cinesi che stanno arivando agitando la frusta
magari un pelino di sesso con l’anima giusta
aiuta
Nessuno é prefetto
Qualcuno é prosciutto
Se cadi dal tetto
Esclami: hai ouch
Dall’ultima luna
Mai piú ci siam visti
Non voglio sapere se esisti
Un’orrida cisti
Si puó perdonar
Se ho bocca di cobra
E il resto d’anguilla
Tu strisciami sopra e il resto verrá
Ma il vento spalanca la porta ed un’ombra si staglia
Nella luce di un’alba bagnata che al sole si asciuga
E tuona il vocione:
Tu, stronzone, fai chicchirichí alla pulcina sbagliata
Non é cibo per polli, ma brodo di tartaruga
Il babbo é in agguato
Sfigato di schiena e un po’ gonfio davanti
Armato di voglia di frantumarti i denti
Sull’attenti, avvocato
che sai di formaggio di fossa
Ti spacco le ossa una a una
Con una stampella, con una padella
Con una rotella da funivia
T’infilo in occhio la penna
Con cui scriveró la mia prossima
poesia

LE FOTO DI NONNA MARIANNA

Mi hai rubato le foto di Nonna Marianna
che abusava di gas per indurmi la nanna
Mi hai spaccato il cavallo di legno di Zio
che grugniva: tu frusta, ma il manico é mio
La tragedia dei brutti é di esser parenti
tutti figli di tutti e cosí differenti
Mi donasti per finta la verginitá
col ricatto: giuriamo che é stato Papá
Rubacchiando fra pentole diari e cucchiai
ansimavi: ti amo non perdermi mai
L’illusione fú breve, il calvario infinito
Mio cugino, l’Achille imbecille infinito,
il tuo terzo marito
senza te convertito all’Islám
Non defunse nemmeno
facendosi esplodersi in Tram
é emigrato in Iran
e anche li cosa farsene di uno cosí
non lo san
Tua mamma sognava per se Sandokan
L’idraulico esotico con chiavi in man
mentre tu concepivi progetti malvagi
my fair lady estetista ma priva di pregi
Dentro gli angoli storti dei tuoi ripostigli
dove invece dei sogni nutrivi conigli
bestiole cinesi a bassissimi costi
spacciandoli per zibellini, visoni ed affini
e pensare che l’onda d’amore
che fece scoppiare fra noi i confini
era un parto suino
dove vanno a nuotare i del fini
Nel mio minimo mondo Gran Luna tu fosti
fra orrendi natali e ancor pessimi agosti
Ma l’amore dá sempre consigli anormali
mi spalmavi di baci e io firmavo cambiali
Mi hai distruttol’onore di Zio Monticone
gli hai concesso i tuoi lombi ed estorto un milione
ma un miliardo di stelle non fanno il tuo odore
mi hai rubato me stesso ma resta l’amore
quel che quando c’hai freddo e nessuno ti tiene le mani
e i tappeti si mangiano i cani
all’alcolico oblio ti trascina
oppure a cercare in cantina
la doppietta di nonno Marcello
e fare un macello
strillando I love You

nonna

5 Comments

  1. Solo i grandi Uomini dedicano a distanza di anni, il proprio tempo nel parlare, a scrivere o ricordare un amico/collaboratore, che se ne è andato in una missione senza ritorno. Dedicando pure una finestra nel proprio sito personale. Solo da qui si capisce quanto è stata forte l’amicizia con una persona. Grande Roby non cambiare mai, Fortunato nell’averti visto, conosciuto, parlato, ascoltato nel canto e suono dal vivo ai concerti (che ho anche organizzato) e consumato dischi, cassette e CD. Immenso quanti dovrebbero imparare da te. Del resto sei Toro e 1 MAGGIO!!!!! Giacomo.

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  2. Il cuore di quest’uomo (perchè le parole nascono dal cuore)mi ha conquistato da quando avevo 12 anni…adesso ne faccio 50….le sue parole nei testi sono state” l’alito della vita” alle canzoni….. sabato 11 giugno 2016 allo stadio S.Siro nel sentire Robi che lo “commemorava” e stato toccante, la più bella?…….”Il tempo, una donna, la città”(per me ovviamente) ………………………………………………………………..”Io chiudo gli occhi li riapro e…..”
    Grazie per lo spazio e…GRAZIE VALERIOI!!!

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  3. E poi si scopre una nicchia, un sito dell’anima slabbrato e tenace. Il poeta scrive per se stesso prima che per chi legge, Roby ci regala il retrobottega del maestro orafo, e Dio lo benedica (entrambi). Ho tempo per leggere e sgazzarci dentro. Valerio ha cambiato settore dell’universo proprio qui vicino a casa mia, in questo Trentino doive per tre volte ho vissuto i concerti dei Pooh nei lontani (di un attimo fa) anni 1980, 1981, 1982 (bolzano quest’ultima, per il vero, ma estendiamo per assonanza). E da qualche parte continua ad aleggiare. Ma sfogliando (e aspettando di metabolizzare questi scrigni segreti ora dischiusi), dico che a 18 scarsi può far impressione e l’impressione non passa, quando ti si incide nell’anima che “goccia per goccia dev’essere entrato qualcosa in me / forse un passaggio di donna o una curva improvvisa / perché/ sono uscito in città / e non ero più quello che guarda dal treno”, o magari che “scoprirò che se stai bene non piove mai /e quando deve scoppiarmi il pianto son fatti miei”. Roby ne ha sbagliato il testo nell’ ’82 a Bolzano, c’ero. E Dio lo benedica anche per questo, anche se poi quella poesia intensissimamente splendida rivestita di gran musica e vertiginosi arrangiamenti è stata chiusa nel cassetto e mai più riaperta.Riapriamo noi, con i versi strappati e allungati di Valerio. Grazie

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  4. Conoscevo già la grandezza di Valerio, ma leggendo queste poesie, si può capire sia la parte tenera, che quella scherzosa, sia quella triste, che quella romantica di un uomo UNICO ….Non posso che dirgli GRAZIE x averci fatto sognare e x aver reso immortali i POOH…..le sue opere hanno segnato le vite di milioni di persone, compresa la mia….amo ROBY e amo i POOH…e non potrei vivere senza, la mia vita non sarebbe nulla…..GRAZIE VALERIO…. :-*

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  5. Grande Valerio

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Grazie per il tuo messaggio, verrà letto al più presto.
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